A BoJack Carol – Pt.1

A BoJack Carol - Pt.1

Un racconto filmonauta su BoJack Horseman che approda a Bari.

Per leggere la parte 2, clicca qui!

Spoiler alert: c’è un riferimento al finale della terza stagione.

Per chi vuole vivere un’esperienza nuova degna di un filmonauta, si consiglia di leggere il racconto con l’accompagnamento musicale suggerito.
Su smartphone, si consiglia di cliccare su “Ascolta dal browser”.
 


Cara Sarah Lynn,
il mondo mi fa male.
È da molti giorni ormai che approdo e salpo da ogni porto senza trovare pace in nessuna terra. Questa nave mi dà un unico conforto: la solitudine più assoluta. Odio questa solitudine, ma almeno qui, in questo vuoto, non posso far male a nessuno e nessuno può far male a me.

Guardo gli abissi e mi chiedo: ci sarà qualcuno che sente qualcosa di diverso dal sollievo nel sapere che non mi rivedrà mai più? Probabilmente nessuno starà soffrendo la mia mancanza. Sono uno stronzo egoista di mezza età che nella vita è stato in grado solo di ferire, rovinare e perdere tutto ciò che aveva trovato di bello. Questo dolore che sento, Sarah Lynn, questo dolore me lo merito. Forse l’ho sempre cercato. Forse lui ha cercato me. In questo sovrastante silenzio mi sento muto, così muto che queste parole le getterò via e nessuno le leggerà mai. Ricaccio dentro le lacrime, ma loro colano spietate. Non importa, nessuno le vedrà. Si scioglieranno nel mare insieme a questi fogli.

Sarah Lynn, amica mia, quanto mi manchi. Siamo stati una famiglia. Ero certo fossimo felici e lo siamo stati. O forse erano solo la fama, i soldi, la gloria. Non c’era amore negli occhi della gente che ci acclamava. Non c’era amore in loro per noi. Abbiamo mentito molto bene a noi stessi e agli altri. Dovevamo farlo per sopravvivere a quell’amore meschino che ci svuotava il cuore a ogni autografo. Nessuno ci ha amati. Avremmo dovuto farlo noi stessi, ma non siamo stati in grado di farlo. Nessuno ce lo ha insegnato. Eri solo una bambina, Sarah Lynn. Avrei dovuto proteggerti da tutto e da tutti, ma soprattutto da me stesso. Sei sempre stata come me. Avrei potuto salvarti. Avrei almeno potuto provarci, ma è stato più facile trascinarti con me nel baratro della mia menzogna, nel vuoto delirio da star di Hollywoo¹, nomi di personaggi da impersonare e mai persone, buttati in pasto alla gente senza alcuna pietà. La gente, quella massa informe di bocche che parlano a sproposito, sempre pronte a dire, insinuare e pretendere, come se mai potesse avere un senso quel farneticare odioso del loro piccolo ego meschino. Meschino come il mio insulso ridicolo ego che mi ha fatto credere di poter valere qualcosa, di poter essere migliore,di poter essere amato, magari anche da te, Sarah Lynn.

Sta tramontando il sole e con lui anche io che non sono mai sorto. Sono l’aborto di me stesso ed è tutta colpa mia. Neanche le droghe son riuscite a spezzare questa mia flaccida miserabile vita, ma hanno spazzato via la tua. Eri così giovane, Sarah Lynn. Tu mi capivi, mia piccola amica, ma non capivi che ti avrei uccisa. Sono un mostro, hanno ragione, uno squallido disgustoso mostro che semina sofferenza. Voglio liberarmi di me stesso. Sono esausto. Mi odio ed è la cosa più onesta che io possa provare. Perché non dovrei affondare in questo immenso liquido nero? Perché non dovrei saltare nell’orrore del mare in questa notte senza luna, fino a disperdere ogni traccia di me? Perché sono un codardo.

Vedo le luci di un porto che si estende per km in un abbraccio luminoso. È un sogno? Un’allucinazione? È l’alcool? Sarò forse già morto? È così che si muore, Sarah Lynn? Un dolore spietato che trapassa le carni fino all’ultima cellula, il desiderio del nulla e poi, quando la speranza riversa la sua ultima goccia negli abissi, perdendosi nel buio, ecco, la luce. Sarà quella forse la città dei morti dove le anime sono finalmente libere?

Sei lì, Sarah Lynn?

Forse quell’ultima goccia di speranza é risalita dal mare con uno schizzo, lanciata da un’onda, uno schiaffo crudele a quest’anima stanca, o forse, dopo tanta oscurità, quel bagliore mi ha reso cieco e folle, o forse sono solo le droghe, ma scenderò a terra e ti cercherò, cercherò la gioia che ci siamo promessi, la gioia che non abbiamo stretto abbastanza tra le nostre dita. Un’ultima volta. Davvero l’ultima.

Tuo
BoJack Horseman

 


È ancora notte quando una nave americana attracca al porto di Bari. Un’ombra equina ondeggia lungo la passerella. Occhiali da sole, chiazze verdi sulla giacca, tanfo ittico. Una sigaretta ormai spenta ancora stretta tra i denti. Le dita la afferrano, le guance si stringono a inspirarne il tabacco, la mano si allontana per permettere alle labbra di arrotondarsi con lentezza cinematografica a rigettarne via la nuvola, nulla ne esce. L’espressione sul viso è di orgogliosa soddisfazione.
«Salve, sono BoJack Horseman. Che città è questa, buon uomo?»
La bitta ricurva su se stessa, in attesa di una corda per l’ormeggio, rimane in metallico silenzio. BoJack, col suo sorriso più smagliante, attende immobile nella salda speranza che le usanze degli indigeni prevedano una risposta alla sua domanda. Si guarda intorno: una fila di omini accovacciati si estende lungo tutta la banchina.
«Wagliò, chian chian a bere che non ti vedo tanto per la quale. Siamo a Bari!… – Lo statico sorriso di BoJack comincia a risultare ebete – …Seh vabbè questo non capisce… BA-RI»
«Oh cazzo. Sono a Bali. Quanto ho viaggiato!?»
«No, sei a BA-RI, BA-RI!»
«Bora Bora?!?»
«Ein, wagliò, ma ssì du iun! E poi dicono che gli americani sono migliori di noi. BA-RI, I-TA-LIA! Pizza, mafia, mandolino…eh?»
Ora ha tutto più senso per BoJack. Si rende conto che a parlare non è l’omino accovacciato, ma un ragazzino magrolino con una lunga chioma bionda, piazzato in alto proprio sopra la sua testa su un muro sbilenco e polveroso.
«Sai parlare la mia lingua!»
«Certo. Noi baresi vogliamo parlare con tutti: abbiamo sempre qualcosa da dire e qualcuno a cui dirla.»
«Bene, ma questo omino continua a ignorarmi.»
«Sei proprio strafatto, eh? Vieni con me.»

Per quanto desideri prenderlo a male parole, BoJack è troppo stanco e confuso per discutere e lo segue. Scopre così che si chiama Giacomo, ha 17 anni, vive con la nonna e ama perdutamente le moto. Il ragazzino continua a parlargli senza tenere minimamente conto del suo evidente stato di degrado fisico e mentale. Non tiene conto nemmeno delle più rudi e brusche risposte in perfetto stile Horseman, a cui replica con altrettanta mancanza di savoir-faire senza battere ciglio. Un duello ad armi pari. Una disputa infinita durante la quale Giacomo gli offre birre, cicchetti e cornetti rendendo BoJack ancora più confuso e ubriaco.

 


¹ Nella prima stagione, BoJack, ubriaco, ruba la lettera D della scritta Hollywood trasformandola così in Hollywoo, nome con cui si fa riferimento alla città in tutto il resto della serie.

Per leggere la parte 2, clicca qui!

Martina Iaffaldano

Da bambina, trovava le fiabe troppo eccitanti per dormirci su. Allora suo padre decise di leggerle la pagina di economia e finanza del giornale. Per questo, forse, ha imparato a leggere prima che a camminare. Per spirito di contraddizione ha anche scelto il corso di laurea in Lettere. La laurea è stato un momento formativo, catartico e alcolico e l'ha aiutata ad imparare a pronunciare il nome del Master che ha conseguito dopo in "Gestione dei Sistemi Informativi basati sulla Manipolazione Semantica dell'Informazione”.

1 commento

Ultimi articoli

Newsletter Filmonauti

Seguici

Non perderti gli aggiornamenti della nostra avventura stellare!

I più visti

Newsletter Filmonauti