San Vito: l’abbazia e la leggenda

Filmonauti visita San Vito, Polignano a Mare

A San Vito, in provincia di Bari, alle porte di Polignano a Mare, in pochi hanno l’ardire di volgere le spalle al mare e alla sua vista mozzafiato. Chi, però, si è soffermato sulla parte di terra ferma circondata dalla foresta di ulivi e fichi d’india, ha goduto di un panorama altrettanto importante, nella figura maestosa dell’abbazia, nel molo di pescherecci colorati, nei piccoli simulacri religiosi che punteggiano la zona.

In particolare, l’Abbazia di San Vito è il punto focale della nostra esplorazione. Circondata da un muro di cinta che un tempo serviva a metterla al riparo dalle incursioni dei pirati e ad oggi dagli occhi indiscreti, e significativamente vicina alla spiaggia ‘Cala Paura’, la mole in pietra si staglia all’orizzonte austera e misteriosa.

Ad aumentare la sensazione di austerità della costruzione quasi millenaria è probabilmente il fatto che, ad oggi, l’area è proprietà privata (dei marchesi Tavassi La Greca) e rimane poco visitata tranne che per la messa domenicale. L’inafferrabile ascendente che la zona costiera di San Vito esercita sullo spettatore sembra invitarci ad una circospetta perlustrazione del luogo sacro, uno scrutare rispettoso ma, allo stesso tempo, carico di suggestione. L’indagine parte dal nome, ispirato all’omonimo santo.

La vita di San Vito è avvolta nel mito. E nei giochi di parole.

Il santo che dà il nome alla magnifica frazione di Polignano a Mare, è una figura ben nota alla tradizione cristiana: faceva parte dei 14 Santi Ausiliatori, molto venerati nel Medioevo, e la sua intercessione veniva spesso considerata efficace in caso di malattie molto particolari.
È invocato contro l’epilessia e la corea – una malattia nervosa che dà luogo a movimenti incontrollabili, per questo detta pure “ballo di San Vito”; contro la catalessi, ma anche contro l’insonnia, i morsi dei cani rabbiosi e l’ossessione demoniaca. Protegge i muti, i sordi e volendo anche i ballerini, per la somiglianza agli epilettici nella gestualità e per non farci mancare niente.

Nonostante la fama goduta dal santo, la storia di Vito rimane oscura sotto molti aspetti. Le informazioni a noi giunte includono, infatti, una serie tragica di eventi non del tutto attendibili, attribuiti a questa mistica figura. Nato orfano di madre, secondo alcuni di origini siciliane, secondo altri lucane, il buon Vito cominciò precocemente a fare miracoli, alla mirabile età di 7 anni, e ben presto finì per attirare l’attenzione dei presidi di Diocleziano che perseguitavano i cristiani.

Il rapporto col padre pagano non era certo migliore di quello con le autorità: si crede che Vito fosse solo un adolescente  quando il padre, non riuscendo a farlo abiurare, lo denunciò al preside Valeriano. L’arresto non servì a molto: perseguitato dai cattivi rapporti con tutti e indotto in tentazione da più parti –  si narra che il padre tentò di farlo sedurre da alcune donne dai facili costumi –, Vito mantenne una flemma degna di un santo e continuò ad operare miracoli finché non venne rintracciato dai soldati di Diocleziano, che lo condussero a Roma dall’Imperatore.

L’Imperatore era a conoscenza della fama di guaritore del ragazzo e l’aveva fatto cercare per mostrargli il figlio ammalato di epilessia. La leggenda continua affermando che Vito guarì il ragazzo e ricevette in cambio solo ingratitudine: Diocleziano ordinò che venisse torturato perché Vito si rifiutò di osservare sacrifici pagani.

Venne immerso in un calderone di pece bollente da cui uscì illeso. Venne gettato fra i leoni che invece di sbranarlo, gli leccarono i piedi. O almeno questo è quello che dice il mito. Ad un certo punto, al culmine delle sue sofferenze, comparvero degli angeli a liberarlo dai supplizi e lo trasportarono presso il fiume Sele dove il povero Vito, ormai sfinito, morì il 15 giugno 303 d.C.

Il culto di San Vito è attestato dalla fine del V secolo d.C.. I lavori di costruzione dell’abbazia iniziarono nel X secolo. Secondo una leggenda, i monaci Basiliani che abitavano i rifugi rupestri nella zona di Polignano accolsero le reliquie di San Vito giunte a Polignano nell’anno 801.

La stessa leggenda vuole che una principessa salernitana, Fiorenza, sia stata tratta in salvo da una tempesta sul fiume Sele, proprio da un’apparizione di San Vito. La donna fece così voto al Santo di trovare un degno alloggio alle sue spoglie mortali. Il santo stesso le indicò il luogo dove far riposare in eterno i suoi resti mortali: un’abbazia posata in mezzo agli ulivi millenari e affacciata sulla magnifica costa adriatica pugliese.

Claudia Carella

Nata dallo stesso parto gemellare di cui sotto. Diventa miope dopo aver letto "Cecità" di Saramago e si laurea in Giornalismo dopo aver letto "Il falò delle vanità" di Wolfe. Lavora nel settore della comunicazione politica, per una NGO a Madrid, per le Nazioni Unite a Roma e per il Parlamento Europeo a Londra dove la sua occupazione primaria è bere caffè espresso.

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