Akira: 30 anni dopo, perché [ri]vederlo al cinema

Il prossimo 18 aprile, in occasione dei 30 anni di Akira, il Multicinema Galleria riproietterà in sala il film capolavoro dell’animazione giapponese. Ecco tutti i motivi per andare a rivedere il film che ha segnato una generazione al cinema!

Quest’anno Akira – il film d’animazione giapponese scritto e diretto da Katsuhiro Ōtomo – spegne 30 candeline. Esattamente come chi scrive, Akira è venuto alla luce il 16 luglio del 1988. Lo stesso giorno, dello stesso anno (ma in un diverso fuso orario) questo capolavoro nipponico dell’animazione e la sottoscritta si affacciavano per la prima volta in un mondo sull’orlo del cambiamento. Nonostante tutto, Akira, da bravo millennial, è invecchiato con stile (beato lui), diventando l’ultimo riluttante baluardo analogico in un mondo che gradualmente, ma inesorabilmente, si stava convertendo al digitale.

Ambientato in un (non più) lontano futuro post-apocalittico e incastonato in un’estetica anni ’80, il film ha, per i suoi ammiratori di vecchia data, il sapore nostalgico di un cult senza tempo più che quello tragico della distopia . Per questo e per tanti altri motivi vi consiglio di indugiare nella seguente rivisitazione della pellicola mia gemella e progenitrice di una vera e propria rivoluzione tecnica e culturale: Akira, il film.

La storia

Per quei pochi che non conoscono il manga-adattato-anime, Akira è un thriller cyberpunk ambientato nel 2019 a Neo-Tokyo, la ricostruita capitale del Giappone moderno. La storia prende vita a 30 anni dalla fine della Terza Guerra Mondiale causata dall’enigmatico Akira, e unisce una serie misteriosa di esperimenti psichici, un colpo di stato militare, bambini dalle sembianze di anziani, telecinesi e bombe atomiche.

In questo scenario post apocalittico, Kaneda Tetsuo, adolescenti ribelli membri di un’anonima gang di motociclisti, si imbattono in uno dei bambini esper (umani geneticamente potenziati) assoldati dal governo marziale nipponico per condurre esperimenti a scopi militari. Lo scontro imprevisto tra Tetsuo e il bambino finisce per attribuire a Tetsuo stesso dei poteri psichici di una portata spaventosa.

Kaneda, nel tentativo di fermare il suo amico d’infanzia (ormai ebbro di potere) e la sua escalation di violenza si unirà alla Resistenza anti-governativa. Intanto però, il potere di Tetsuo è cresciuto a dismisura – tanto che non è più controllabile nemmeno dagli altri esper – e si concentra nella ricerca spasmodica e delirante di Akira, il bambino superdotato responsabile della distruzione di Tokyo.

La tecnica

In un’epoca in cui le parole ‘capolavoro’ e ‘rivoluzionario’ sono tristemente inflazionate, è bene chiarire un fattore importante sulla realizzazione del film: Akira è stato prodotto con le tecniche per animazione su cellulosa, il che significa che non c’erano computer coinvolti nella realizzazione. I fondali erano infatti dipinti su tavole estremamente dettagliate, disegnate e colorate strato per strato e curate fino all’ultimo dettaglio.

Visti i risultati – anche confrontando l’animazione di Akira con gli standard odierni – il film si guadagna a pieno titolo tutti gli epiteti altisonanti di cui sopra. I dettagli dell’animazione sono maniacali, come per esempio nel caso del movimento di bocca dei personaggi o nel range di emozioni da loro espresse, che sono molto più avanti rispetto alla normale tecnica dell’epoca.

Un altro dato poco noto della produzione è che buona parte del merito di aver animato Akira secondo standard altissimi va ad uno dei migliori animatori di Studio Ghibli: Makiko Futaki, (Kiki’s Delivery Service, Princess Mononoke, My Neighbor Totoro e Howl’s Moving Castle) imprestata da Ghibli al progetto Akira. Insieme a lei altri 68 animatori principali hanno contribuito alla grafica del film.

Come molti altri lavori cyberpunk e futuristici dopo di lui (Blade Runner tra tutti), la pellicola dipinge la città di colori iper-saturi e contrasti creando un effetto decadente e moderno allo stesso tempo, difficile da scrollarsi dalla memoria

Legato al tema dell’animazione è quello della luce e dei colori. La versione finale del film, con il suo ampio spettro cromatico contava, un numero record di 327 colori, 50 dei quali sono stati creati appositamente per la produzione (il Rosso Akira è un marchio di fabbrica). Questa colorazione contribuisce ad un effetto unico: come molti altri lavori cyberpunk e futuristici (Blade Runner tra tutti), la pellicola dipinge la città di colori iper-saturi e contrasti creando un effetto decadente e moderno allo stesso tempo, difficile da scrollarsi dalla memoria.

La luce, intesa come colore (bianco) steso sulle tele preparatorie, rappresenta poi un elemento di innovazione tecnica da un lato, e simbolico dall’altro. I neon, in particolare, simboleggiano il consumismo in Neo-Tokyo e sono presenti in sprazzi intermittenti e evanescenti: dalle scie delle moto, alle insegne luminose, al riverbero sugli edifici e i personaggi. Infine, la luce può essere considerata un personaggio vero e proprio che ingoia tutti gli altri nell’abbagliante quiete dell’esplosione finale.

L’eredità

Kaneda, Personaggio di Akira si trova all’esterno del Galleria dopo aver parcheggiato la sua moto di traverso davanti all’ingresso in questo splendido fotomontaggio dei filmonauti

Citato ovunque nella cultura pop, il film di Otomo è considerato da molti nientemeno che il più influente prodotto animato di tutti i tempi. O almeno questo è ciò che vi direbbe Kanye West il quale ha modellato il video del suo singolo ‘Stronger’ sul concept del film e ha più volte twittato la sua ammirazione per l’anime.

Persino Michael Jackson era un fan dell’opera e nel suo video di ‘Scream’ può essere intravista – su uno schermo tremolante in sottofondo – una scena del film che ritrae Tetsuo mentre cade dal laboratorio militare.

Oltre al suo status di icona popolare, Akira, per i suoi temi seri e il tono impegnato, ha il merito di aver fatto da apri-strada a tutti gli anime che ambivano a rivolgersi ad un pubblico più maturo. Con i suoi accenni sobri e pertinenti a violenza, politica e nudità sparsi per tutto il film, l’anime dà infatti un messaggio chiaro: i film di animazione non sono solo roba da bambini.

A trent’anni di distanza, questo statement, sembra ridicolmente scontato, soprattutto per i millenial in ascolto. Per questo, è a voi che mi rivolgo; se come me anche voi vi sentite di pagare un debito di gratitudine al film che ha cambiato il modo di fare animazione per la nostra generazione, vi consiglio di concedervi una ri-visione qualificata, questo mercoledì 18 aprile,al Multicinema Galleria, Bari.

Claudia Carella

Nata dallo stesso parto gemellare di cui sotto. Diventa miope dopo aver letto "Cecità" di Saramago e si laurea in Giornalismo dopo aver letto "Il falò delle vanità" di Wolfe. Lavora nel settore della comunicazione politica, per una NGO a Madrid, per le Nazioni Unite a Roma e per il Parlamento Europeo a Londra dove la sua occupazione primaria è bere caffè espresso.

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